Anche tu sei uno stronzo? No, sono io!

stronzoUn giorno ho sentito dire da un uomo piuttosto illuminato questa massima: “Chissà per quale strano fenomeno paranormale le persone rimangono di merda quando le trattiamo nello stesso modo in cui ci hanno trattato” (cit. Alessandro Dezi). Ci ho pensato sopra, mi sono resa conto che era verissimo, e l’ho messa via nelle cose da ricordare perché sapevo che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Le massime, prima o poi, tornano sempre utili.

Se non siamo centrati, nella vita di relazione è sempre difficile capire se stiamo scivolando nelle paludi della tristezza insieme ad Artax, se siamo vittime o carnefici, in quali circostanze diventiamo prima l’una poi l’altra cosa, e come possiamo slegarci da questi ruoli che diciamocelo, non servono a niente. Servono solo a stare di merda e a viversela male, cosa che non trovo così saggia vista la brevità della vita che ci hanno concesso in sorte.

La vita di coppia, soprattutto, è foriera di questo genere di teatrini, proprio perché spesso nella vita di coppia “si chiede” o “si pretende” quando in primis non si è capaci di “dare” nulla, e non sto certo parlando di cose materiali.

Questi teatrini vengono messi in scena sia all’inizio della relazione, dove ognuno dà il meglio di sé per agganciare e affascinare l’altro, sia durante la relazione, quando la prerogativa sembra essere “dover controllare l’altro”, sia alla fine della relazione, quando uno dei due si ritrova a dover mollare l’altro, nel migliore dei casi cercando di limitare i danni, nel peggiore dei casi fottendosene altamente senza troppe spiegazioni.

Sia chiaro, nessuno è immune dai cliché. Solo chi ha raggiunto una certa illuminazione e consapevolezza è in grado di lasciare andare persone e situazioni parlando chiaro e dicendo davvero le cose come stanno (e qua si arriva alla fantascienza). Ma si sa, ci vuole una certa dose di coraggio e di palle che non sempre si hanno, o per natura, o perché non ce l’hanno insegnato, o perché non siamo abbastanza cresciuti da essere in grado di prenderci le nostre responsabilità.

Mi ci metto di mezzo anche io, ovvio: dal momento che non sono né meglio né peggio degli altri, come insegna il Pensiero Negativo, ho preso atto che non sono immune alla stupidità e posso comportarmi da idiota in qualunque momento, se non ci sto attenta. E alle volte, diciamocelo pure, manca proprio la voglia di prestare attenzione alle cazzate che si fanno e che si dicono, per poi alla fine chiamarle con una certa indulgenza verso se stessi “esperienze di vita” e “percorsi di crescita”. Tant’è.

Questo era un necessario preambolo per dire che alle volte possiamo anche concederci di sbagliare. Alle volte, possiamo anche essere noi gli “stronzi” che si abbassano a pronunciare quelle frasi ipocrite e meschine che tanto odiamo quando sono gli altri a rifilarle a noi, per poi accorgerci con immenso stupore di aver espresso gli stessi concetti con parole diverse. Tipo, ad esempio, il classico “non sei tu, sono io”.

Almeno una volta nella vita ci siamo sentiti dire questa frase e scommetto che ci siamo rimasti di stucco. Se ce lo siamo sentiti dire più di una volta, nonostante si pensi di poterci fare l’abitudine, no, ci siamo sempre rimasti di cacca.

Ci siamo lasciati andare a diverse reazioni e siamo stati inclini a credere che l’altro ci prendesse per il culo, ci tirasse scemi, volesse scaricarci nel modo più subdolo e bastardo possibile, e abbiamo risposto col silenzio, con l’incazzo, con le recriminazioni, con gli insulti o con il “non farti sentire mai più”.

Alle volte ci siamo persino sentiti in colpa, perché in qualche modo ci sentivamo responsabili di quella situazione, perché il “non sei tu, sono io” può anche essere letto come un “non sei abbastanza per ciò che sono io” e di lì al “non vai bene per un cazzo” il passo è breve. Insomma, una girandola di dubbi, paranoie, inquietudini che non fanno di certo vivere bene, e ci si mette un bel po’ a digerire.

Eppure.

Eppure almeno una volta nella vita, quel “non sei tu, sono io” l’abbiamo restituito indietro, magari non con le stesse parole, forse partendo da lontano, girandoci attorno, usando perifrasi e metafore, utilizzando un nostro linguaggio. Sia che siamo stati costretti ad affrontare l’argomento, presi alla sprovvista, e abbiamo raffazzonato su qualcosa di inconsistente e assolutamente fuori luogo, sia che ci siamo preparati un discorso da fare al malcapitato, il succo rimane sempre e comunque lo stesso: “non sei tu, sono io”. La drammaticità sta tutta nel fatto che è vero. La verità è che è proprio così.

Perché in fondo, al di là delle questioni personali, del proprio valore come persona, del proprio livello di paraculaggine o di coraggio, che cosa nasconde quel “non sei tu, sono io”? Nulla in realtà, fotografa solo una condizione che si è creata e da cui non si può più tornare indietro.

Non sei tu, sono io [a essere cambiato].

      Non sei tu, sono io [ad aver trovato un altro].

Non sei tu, sono io [a non riconoscermi più in questa relazione].

      Non sei tu, sono io [ad avere esigenze diverse da quelle di tempo fa].

Non sei tu, sono io [a essermi rotto il cazzo].

      Non sei tu, sono io [a voler rivoluzionare la mia vita, vita di cui tu non fai più
      parte].

Perché tutto cambia e si modifica, e fino a quando io riesco a vedermi dentro questa relazione, insieme a te in questa relazione, va tutto bene, ma se poi tu non cambi con me e se poi io non evolvo con te e se poi non si va da nessuna parte e ormai vogliamo cose diverse, chi ce lo fa fare di perdere ancora tempo in una situazione che non ci da più niente?

E via così.

All’infinito.

Quale che sia la ragione, che vi venga detta o no, non importa.

Io non dico che sia semplice. Dico solo di prenderla con filosofia.

Lo so che siete tutti lì a dire eeehhhh, la fai facile tu! e avete pure ragione.

Però ricordate queste parole.

Se vi sentite dire “non sei tu, sono io” siate indulgenti.

Pensate a quando, con parole diverse, l’avete detto anche voi.

E se proprio non riuscite a farvi passare la rabbia, il risentimento, il desiderio di prendere l’altro a bastonate sulle gengive per la sua mancanza di inventiva, cercate dietro le parole il loro vero significato, perché magari lui o lei, mentre ve lo dicono, peccheranno di poca inventiva o mancheranno di un vocabolario adeguato, ma in realtà sono arrivati dritti al succo, alla sintesi, al punto della situazione.

E se anche così vi sentite presi per il culo, girate la situazione a vostro vantaggio.

Il “non sei tu, sono io” restituitelo al mittente con un bel “sì, è vero, sei tu, non sono io”.

Nessuno ha torto e nessuno ha ragione. Perché davvero, aver ragione non serve a niente.

Enjoy!
Eliselle