La prigionia dell’abito bianco

174HSiamo emancipate. Questo è quel che si racconta in giro. Il più delle volte viene detto con una vaga aria di scherno di cui si sente la puzza lontano un miglio, in altre viene detto ponendo l’accento sulla sacralità della cosa: finalmente, dopo secoli di schiavitù, è stata raggiunta l’emancipazione femminile. Amen.

Eppure non so. Guardandomi attorno e osservando i fenomeni e le interazioni relazionali dal mio punto di vista piccino e limitato, mi accorgo che tutta questa emancipazione, sotto sotto, non sembra proprio esserci. E non sto parlando di fenomeni sociali e politici su larga scala, o meglio, non voglio parlare di quelli. Sto parlando di situazioni alla portata di tutti che lasciano intuire come nonostante anni di lotte, disagi, tentativi di raggiungere una parità fattiva e reale tra i due sessi, a tutt’oggi ci sia ancora un grande fantasma che aleggia nel cuore di ogni donna: la paura della solitudine.

Oh certo, voi direte, la solitudine fa paura a tutti, maschi e femmine, e sappiamo già quali sono i risultati di questa tremenda paura, ne abbiamo già parlato [tipo le storie assurde, gli strani compagni di letto, le relazioni “un tanto al chilo” e “si fa per dire”, e via dicendo]. Però nella donna è più forte, perché si accompagna a quella che io definisco “la prigionia dell’abito bianco”. E paura e prigionia sono due cose che non vanno tanto a braccetto, anzi, fanno l’una da innesco all’altra per paranoie esplosive o implosive, lesive dell’equilibrio psicofisico della persona e portatrici sane di scelte di merda. Guardatevi attorno o allo specchio con attenzione, e potreste avere delle strane sorprese.

Sarà che faccio parte di quella generazione che è venuta su a pane e favole a lieto fine, dove dopo tanti pericoli e uomini stronzi la protagonista, guarda caso femminile, trovava il principe [azzurro o di qualunque altro colore fosse, non importava] che la salvava [dal drago, dalla strega, dalla matrigna, da qualunque cosa ma NO: probabilmente erano tutte metafore per indicare la Signora Solitudine, come cantava il Gianni nazionale anni fa]. Il principe puntualmente la impalmava portandola all’altare con l’abitino da sposa cucito per l’occasione dagli uccellini o dalla fatina buona. The End. Quando cresci, capisci poi che è una cazzata, ma intanto la forma mentale contro cui da grande ti ritrovi a combattere ha preso piede e ha invaso il tuo cervello e il tuo corpo in ogni fibra, tanto che devi trascorrere anni in analisi [se arrivi da sola al fatto che il problema va affrontato] o alla neuro [perché non capisci proprio come mai non funzioni come ti avevano raccontato da piccola]. Ancora oggi vedo una certa insistenza a portare avanti queste cazzate nelle piccole generazioni, e non oso pensare o immaginare come sarà il loro futuro. Diciamo che per il momento mi basta riflettere sul presente. E il presente, signori miei, è davvero inquietante.

Perché se si va a fondo della questione, salta fuori che ancora oggi uno degli spauracchi più temuti dalle donne sia proprio quello di non indossare MAI nella vita l’abito bianco. La maggior parte non lo ammetterà mai, una restante parte ne è solo inconsapevole, anche se traspare da gesti e sguardi incontrollabili che possono essere carpiti solo dagli esperti di linguaggio del corpo o da frasi e battute colte semplicemente dai buoni ascoltatori. Il pensiero fisso che il matrimonio sia una delle realizzazioni della vita manda qualcuna ai matti, qualche altra la spinge a prendersi il primo che passa per la strada e che sembra vagamente disposto a non fuggire con la badante ucraina dell’inquilino del piano di sotto, e qualche altra ancora a farne un vero e proprio obiettivo da perseguire in qualunque modo e mezzo possibile a disposizione. Un tempo le chiamavano molto poco carinamente “cacciatrici di dote”, oggi, con la crisi che avanza, manco più la dote gli interessa: si accontentano giusto della festicciola, perché la cosa importante è mostrare a parenti e amici che “anche loro ce l’hanno fatta”; si scapicollano per indossare quello stramaledetto abito bianco, croce e delizia, e farsi mettere al dito quell’anello, così da poterlo sfoggiare sotto il naso delle amiche zitelle [tiè!]. Le stesse a cui poco tempo prima avevano detto che “oggi il matrimonio è così da sfigate”, senza la paura di sembrare incoerenti. Sventolando lo sposalizio tanto vituperato prima, come una bandierina di conquista nel carnet.

È una prigionia di cui tutte, più o meno, sentono la pressione. L’abito bianco si trasforma in un sarcofago, in un sepolcro, in una tuta spaziale. Con quello si pensa di poter conquistare il patentino di “essere umano sociale al 100%” perché evidentemente, se nella tua vita non lo indossi, allora significa di certo che qualcosa non va in te. Eh sì, perché il messaggio che passa da sempre è questo: se sei single e sposarti non è una priorità, hai di sicuro dei problemi, e infatti vedi tutte le donne che facevano “quelle avanti” cedere alla pressione e prima o poi quell’abito cercare di metterselo, perché “non vorrai mica che pensino di me che sono una pazza, vero?”.

Questo è un problema che gli uomini non hanno. Male che vada, si sposano la badante quando si rincoglioniscono e proprio non possono farne a meno, ma non vengono tacciati di essere degli sfigati se non hanno raggiunto l’altare: loro si sono semplicemente saputi godere la vita. A loro non è richiesto il matrimonio, non almeno nello stesso modo a cui è stato e continua ad essere richiesto alle donne. Anche quando i matrimoni erano combinati, a loro si richiedeva, eventualmente, di fare qualche figlio per mantenere la discendenza, il nome e il patrimonio, ma poi erano liberi di fare quello che volevano, in fondo. Alle donne questo non è mai stato concesso. E oggi, nonostante la cosiddetta emancipazione, c’è sempre questa corsa alla “normalità” e alla “normalizzazione”. Non c’è una vera consapevolezza nelle proprie azioni o una responsabilità autentica nelle scelte. C’è ancora la corsa al confronto, quello del “ma se l’ha fatto lei, perché io no?!”. C’è ancora la corsa all’ambizione, quella del “io l’ho fatto, e lei no!”. E la cosa triste è che questa gara non la vince nessuno, vista la desolante situazione che si è creata, con coppie scoppiate, tradite, finte, sempre sul punto di fuggire ma attaccate alla quotidianità come fosse quella l’unica salvezza, tenute assieme con lo spago per non far cadere l’impalcatura delle apparenze, tristi e sole, più sole che se fossero due single e magari scoperebbero e si divertirebbero pure di più.

Non so. A me pare che siamo bravi a metterci in gabbia da soli e che poi ci dimentichiamo di dove abbiamo messo le chiavi, così non riusciamo più a uscirne. A me pare un’enorme presa per il culo. Io la prigionia dell’abito bianco la voglio evitare come la peste, per questo mi guardo allo specchio e attorno molto più spesso di quanto vorrei: per fare scelte che siano solo mie, e per evitare di trasformarmi in ciò che non sono, a causa di pressioni che costantemente, in modo subdolo e continuativo, mi vogliono far diventare un’altra persona.

Enjoy!

Eliselle