Otto tipologie da scansare per il nuovo anno

226HSi dice sempre che alla fine dell’anno arriva il momento dei bilanci, ma soprattutto si pensa ai buoni propositi per l’anno che verrà, nel tentativo di darsi una direzione o quantomeno di trovare un senso a quello che si è fatto, per mettere un punto, lasciarsi alle spalle quel che non serve, cercare il superfluo da eliminare, evitare di perpetuare errori e migliorare per quanto possibile la propria vita. Molto spesso lo si dice “tanto per dire” ma in realtà sarebbe davvero bene mettersi d’impegno [e magari prendersi la briga di farlo più spesso, ché abbiamo capito non è mai abbastanza].

Ognuno ha di certo un proprio modo di tirare le somme: chi esegue un test per calcolare le percentuali di fallibilità, chi si basa sugli oroscopi e attua le verifiche del caso, chi invece non fa proprio un cazzo “tanto, peggio di così”. Io quest’anno ho scelto un metodo nuovo per una maggiore praticità d’esecuzione: ho deciso di invertire i fili e capovolgere i termini della mia analisi.

In tempi passati sono sempre partita da me, da un approfondito esame di coscienza, dal mio atteggiamento verso gli altri e dal tipo di relazioni create, dal livello di crescita personale raggiunto, dalla lista di “cose fatte” e di “cose da fare”, dal lavoro, dai progetti creativi che avessero a che fare con le mie passioni. Un approccio rivolto all’interiorità, che partiva dal “dentro” per andare “fuori”, insomma seguendo istintivamente il principio buddhista che recita «se vuoi conoscere le cause passate guarda i risultati che si manifestano nel presente, se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai ponendo nel presente». Insomma, un approccio che vede la mia responsabilità al primo posto delle cause dei miei successi e dei miei insuccessi.

Visti gli scarsi risultati di questo metodo, quest’anno è giunto il momento di fare dei cambiamenti per vedere se cambiando qualcosa, il risultato migliora. Ho deciso quindi di rivoluzionare un po’ le cose. Come? Partendo dal “fuori” per rassettare il “dentro” [inteso, se vogliamo, anche come organi interni quali stomaco e fegato, che ultimamente sono assai provati dai comportamenti base di parecchia gente e hanno cominciato a invocare pietà]. Anche le persone piuttosto solitarie hanno inevitabilmente a che fare con la società, e dato che buona parte della propria vita la si trascorre a contatto con gli altri, forse sarebbe saggio introdurre la regola del peso leggero. Questa regola prevede che le attenzioni e le energie vengano elargite solamente a chi mostra di meritarle davvero, eliminando tutta la tara di gente che oggettivamente non serve a un cazzo, e che forma un peso superfluo inutile da portarsi dietro o da aggiungere a quello che già c’è. Perché la verità è che lo si dice sempre ma non lo si fa mai [eliminare la gente inutile: il ché non si tratta di prendere il lanciafiamme e dargli fuoco, ma solo di cancellarla dai contatti e dalla lista di persone frequentabili anche solo per un aperitivo in centro ogni tanto]. Quindi mi sembra giunto il momento di cominciare a mettere in pratica la buona norma del “chi sei tu, che minchia vuoi, chi ti conosce” e fare una cernita a priori di chi può o non può far parte della propria vita.

Quindi, questa la lista di personaggi dai quali ho intenzione di tenermi bene alla larga durante tutto il corso del nuovo anno e quelli futuri e in definitiva da tutta la mia esistenza-a-venire:

  • i temporeggiatori: quelli che ti rincoglioniscono di belle parole e belle promesse ma poi di fatto non fanno nulla per mantenerle – c’è un limite alle cazzate che puoi raccontare, ma questi no, il limite non ce l’hanno, e continuano fino a quando, messi alle strette, non diranno che la colpa è tua perché “gli metti fretta” [bene, basta eliminarli e nessun animo si agiterà ulteriormente]
  • gli insoddisfatti ciclici: quelli che oggi “va tutto di merda” e “voglio cambiare la mia vita” e che domani “tutto bene, tutto a posto, mai stato meglio” – roba che un bipolare è un novellino, a confronto [onde evitare di essere intercettati e risucchiati dal loro vortice di menate, meglio stare alla larga e quando vedi il tornado da lontano, cambia strada e previeni la grana]
  • gli eterni insoddisfatti: quelli che se sei bionda dovresti essere mora e se sei mora dovresti essere bionda, se sei semplice cercano la complessità e se sei complessa cercano la lavapiatti che sta chiusa in casa zitta e muta a fargli anche la lavatrice, quelli che “la crisi nel mondo” e “i mali dell’universo” e “le bollette da pagare” e “non becco mai una normale” e trovano sempre un motivo per non mettersi in gioco, perché nessuno è mai “alla loro altezza” e c’è sempre “troppo di più” che li attende là fuori – bene, che se ne vadano pure a fanculo [la strada è di là, mi dicono pure ben segnalata]
  • gli impegnati: cioè, impegnati per te, ma che poi si disimpegnano senza problema per qualcun altro, che escono con te ma sono all’improvviso così stanchi da fuggire prima che la serata finisca e poi scopri che li aveva chiamati il trombamico, che da te pretendono le capriole con salto ma con chi pare a loro sono zerbini – uno psicoterapeuta sarebbe l’ottimale, ma non sempre sono coscienti del loro disagio [che diventa disagio altrui, se non evitati accuratamente]
  • i bisognosi: quelli che ti cercano solo se e quando hanno necessità di chiederti aiuto, lavoro, soldi, auto, spalla, sangue, culo e quando hai bisogno tu per te non ci sono mai – sono tanti, ma un vaffanculo non si nega a nessuno di loro [e se i vaffanculo diventano tanti, pazienza]
  • i preconfezionati: quelli che usano frasi fatte o le stesse frasi con tutte, che la “spontaneità” è solo una brutta malattia, che utilizzano metodi identici a quelli precedenti “perché tanto funzionano, no?”, che seguono pedissequamente schemi sempre uguali e che pensano nonostante questo di essere fighi e originali – prima o poi arriverà la nemesi che spaccherà loro i denti [ma non volendo finire in galera, non potrò essere io]
  • gli abitudinari: quelli che frequentano il solito locale, vedono le solite persone, prendono il solito piatto, fanno le solite cose, il tutto per abitudine, e perché fare cose nuove, alla fine, li spaventa – roba che la comfort zone a questi je spiccia casa [poi finisce che diventi un’abitudine pure tu, e finisce che l’abitudine si dà per scontata, due cose che evito come la peste nera]
  • i vetrinisti: quelli che vivono di apparenze, ossessionati dalla perfezione, quelli che agli occhi degli altri devono apparire sempre splendidi, meravigliosi, vincenti ma soprattutto felici – e che, scava scava, ma poi nemmeno tanto, basta scalfire la superficie, li trovi con la corda già pronta perché sembrare degli “sfigati” li ammazzerebbe, meglio piuttosto togliersi la vita prima [e se ami la sostanza, sono i primi che depenni, anche se in quest’elenco sono finiti all’ultimo posto]

C’è sicuramente qualche altra categoria che ho dimenticato [erano sottintesi naturalmente i cazzari, i bugiardi, i prepotenti, gli snob, gli arroganti, gli intolleranti, gli stronzi e gli uomini/figa, già esclusi fin dall’inizio], ma come dico sempre, solo l’esperienza mi potrà aiutare ed eventualmente a inserire aggiornamenti in corso d’opera. Non dipende certo dal tipo di relazione, purtroppo li becchi in amore e in amicizia e l’unica via di salvezza in entrambi i casi è l’oblio.

Anni di solitudine ti temprano. Insegnano soprattutto a riconoscere le sòle in un tempo accettabilmente breve. Fanno capire quando chi hai davanti recita, chi fa parte della schiera dei fenomeni, chi se la tira troppo e chi non ha sostanza alcuna dietro la propria maschera. Insegnano anche che esiste una categoria di persone che la indossano per proteggere la propria gradevolezza, ma che rimangono nel personaggio troppo a lungo fino a dimenticare se stesse, chiudendosi e perdendo per strada la propria essenza. Tutti abbiamo una maschera: la cosa importante è ricordarsi di toglierla, di tanto in tanto, per ricordarci chi siamo davvero, ed evitare di perdere belle occasioni per vivere davvero.

Enjoy!

Eliselle