Poverate, qualche consiglio per evitarle

231HIn tanti si chiedono se ci sia davvero un modo per capire le regole di interazione tra i due sessi. Per quanto mi riguarda, me lo sono chiesto anche io, quel centinaio di volte più o meno. La risposta che mi sono data al momento, osservando il mondo circostante, è che non esistono regole, e se esistono, vengono riscritte ogni qualvolta fa comodo.

Volete qualche esempio?

Eccovene servito subito qualcuno.

Se pensi prima a lui, sei una cozza. Se pensi prima a te stessa, sei una stronza.
Se non lavori, sei un peso. Se lavori, sei distratta.
Se accetti troppo presto il suo invito a uscire, sei una disperata. Se non accetti e aspetti un po’, te la tiri troppo.
Se lo lasci pagare la cena, sei una che se ne approfitta. Se la paghi tu, sei una troppo maschia.
Se gliela dai subito, sei una facile. Se non gliela dai, sei una frigida.
Se non ti va di uscire con lui, sei un’ameba. Se esci senza di lui, sei un’egoista.
Se ti occupi dei figli, non sei stimolante. Se li affidi a qualcuno, sei un’irresponsabile.

Vi siete ritrovate in qualche esempio? Io sarei pronta a giurare di sì.
E badate bene, li ho messi solo al femminile, ma la questione vale per entrambi i sessi. Non ci vai mai pari, e come fai, sbagli.

La verità è che puoi essere la più stronza dell’universo o il più bastardo delle galassie, ma se lui o lei si innamorano di te, è fatta. E puoi anche essere la più fica di tutte o il più gentiluomo del mondo, ma se non ce n’è, non ce n’è. Come fai a mettere su delle regole di interazione, davanti a quella cosa random chiamata amore? Qualunque sia la tua scelta, qualunque sia la strategia che vuoi mettere in atto, qualunque sia il comportamento, studiato o spontaneo, che terrai per colpire l’altro o conquistare la preda che hai adocchiato, sarà proprio quello che non ti aspetti e che non puoi prevedere a determinare l’esito finale. Inutile lambiccarsi il cervello, inutile seguire manualetti sulle tecniche di seduzione o sulle regole per farlo abboccare, prima o poi la verità salterà fuori e allora non sarà un decalogo a salvarti le chiappe. È tutto un casino, baby.

C’è una cosa però che non sopporto, e che sconsiglio a tutti, e metterei come prima regola di qualunque manuale base che vi ritroverete a leggere per capirci qualcosa sui rapporti uomo/donna: una cosa che non sopporto e che sconsiglio vivamente sono le poverate.

Chiamasi poverata qualcosa che, in qualunque modo sia finito il vostro appuntamento, il vostro flirt, la vostra relazione o la vostra storia, vi fa perdere la faccia e la reputazione, e fa pronunciare all’altra persona la frase che nessuno sopporta se riferita a sé, e che è la seguente: “tutto sommato, alla fine non ho perso niente”. Brutta cosa, ma forse lo sapete già.

Una poverata è qualcosa che potenzialmente non vi porta nemmeno uno straccio di appuntamento, flirt, figuriamoci una relazione e una storia, perché è qualcosa che vi fa “partire male” [detto anche “partire col piede sbagliato”] e verrete scartati in men che non si dica senza possibilità d’appello. Poi hai voglia a fare come la volpe con l’uva.

La poverata è, molto semplicemente, legata al concetto che ho io di buona educazione. Detta anche gentilezza, per quanto oggi la gentilezza non sia più di moda, nella stragrande maggioranza della popolazione [maschile e femminile, purtroppo è una questione del tutto trasversale]. Facciamo qualche esempio.

A casa mia funziona che: se ti invito a cena io, pago io, se mi inviti a cena tu, paghi tu, se decidiamo insieme di andare a cena, paghiamo “a mezzi”, ovvero alla romana. Questa è una linea generale, affatto rigida, che si può adattare ai momenti e alle persone o alla confidenza che si ha con le persone con cui si esce.

A casa mia funziona che: se entro per prima in un locale, ti tengo aperta la porta affinché tu possa passare, se entri tu per primo, mi tieni aperta la porta così io posso passare; è un atto di gentilezza, che faccio anche nei confronti della nonna col bastone, del signore col bambino, della signora con la spesa, me l’hanno insegnato i miei genitori quando ero piccola ed è sempre legato alla questione del “sai, vivere in una società comporta un certo modo di fare” e ormai l’ho acquisito di default. Non sono né una geisha né una padrona [lo so, piuttosto deludente, eh?], non mi prostro né comando, semplicemente vivo col buon senso e sono educata, non c’è nessun mistero dietro. Se non si arriva al buon senso, a mio avviso è ora di cominciare a farsi delle domande.

Il fatto che tu inviti a cena qualcuno, comporta delle responsabilità. Almeno, io la vedo così, poi ognuno è libero di “interpretare” l’invito a cena come vuole.

 

Se tu, Tizio, inviti a cena Caia, o viceversa, se tu Sempronio, inviti a cena Gracco, presumo che tu sia spinto da diversi ordini di motivazioni: quale che sia la spinta, non è importante; che tu voglia solo sesso, che tu voglia conoscere meglio chi hai invitato, che tu voglia solo passare una serata tappabuchi, hai comunque la responsabilità di far stare bene la persona che hai invitato, che altrimenti avrebbe di certo trovato qualcosa di meglio da fare che uscire con te. E presumiamo che l’invitato sia lì per gli stessi ordini di motivi: ebbene, anche lui ha la stessa responsabilità, farti stare bene per il tempo che trascorrerete insieme. E’ un gioco a due, altrimenti, ragazzi, vi svelo un segreto: ci sono delle serie televisive che sono una bomba, in streaming, o in alternativa se proprio amate il livello più basso, c’è pur sempre youporn.

Se trascorrete una serata dimmerda, pace, non vi vedete più e chiusa lì.
Se vi siete annoiati, perché ripetere, ognuno per la propria strada e amen.
Se la serata è stata carina, perché non rivedersi?
Ma.
Che la serata sia stata bella o brutta, una perdita di tempo o un successo, perché funestarla con delle poverate?
Quelle che poi, sul finale, ti fanno perdere tutto, persino la dignità?

Se inviti a cena qualcuno, paga. Non è l’ospite a doverlo fare.
Non lamentarti di dover pagare, nessuno ti obbliga a invitare qualcuno a cena.
Se porti qualcuno in un locale, aprigli la porta.
È un gesto gentile, educato, e se l’altra persona ricambia la tua gentilezza bene, altrimenti aria, non sei obbligato a richiamarla.
Se arriva acqua o vino, versala anche al tuo ospite.
Si parla sempre di buon senso e buona educazione.
Se l’altro non lo nota o non apprezza, riga sopra, e passa oltre.

Perché un invito è qualcosa che fai per tuo piacere, e trattare l’altro come un signore o una signora è anch’esso un tuo piacere: è un gesto se vogliamo dire, d’amore, e l’amore è gratis.

È un ragionamento così difficile?
Per me, no.

Che poi esistano uomini che si lamentano delle donne che amano i gesti di cavalleria [che in realtà, gratta gratta, è poi solo buona educazione], e ti sventolino sotto il naso la frase “cosa vi aspettavate? avete voluto la parità? la cavalleria è morta, non lo sapete? mica potete continuare a pretendere” dico che sì, la parità l’abbiamo voluta, ma che non è per niente somigliante alla cafonaggine esibita e alla maleducazione travestita che ci vogliono far passare per “parità di trattamento”.

Quindi, ricapitolando.

Se ti invito io, pago io. Se mi inviti tu, paghi tu.
Però, poi, non ti lamentare, perché invitarmi è una tua libera scelta.

Enjoy!

Eliselle