Prima legge della giungla: non incolpare Cita

IMG_0666_schaduleOsservando certe dinamiche di coppia, credo sempre meno alla teoria del “è arrivata quella stronza e me l’ha portato via” e sempre più a quella del “manco questa se l’è preso, ma che ho fatto io di male?!”, con la segreta speranza che alla prossima, magari, andrà meglio, e si riuscirà a liberarsi dell’inutile fardello con l’alibi perfetto della terza incomoda. È grazie a lei, infatti, che spesso alla fine di una storia si riesce a salvare la faccia e a raccogliere i tanto agognati consensi: senza l’amante come capro espiatorio, senza la possibilità di dire che con lei lui, “il bastardo”, ha avuto la sfacciataggine di tradire, come si fa a evitare di guardare al problema principale e prendersi la propria parte di responsabilità per l’accaduto?

Eh sì, perché in fondo è così da sempre: risulta molto più facile fare la parte della vittima, piangere in pubblico lacrime amare e lamentarsi aiuta parecchio in numerosissime situazioni. “Mi ha tradito, mi ha umiliato, mi ha lasciato per quella”, con un bell’accento dispregiativo su colei che diventa la zoccola di turno che ha approfittato di un momento di debolezza e si è insinuata nella vita della coppia un tempo felice, per distruggerla con maneggi e manipolazioni. “Mi ha trascurato, mi ha abbandonato, ha scelto la via più facile e se n’è andato”: che bello poter pronunciare questi ritornelli che portano l’ascoltatore proprio al centro del dramma, dalla parte di chi racconta, per compartecipare alla sua sofferenza. Ci si sente così importanti, quando qualcuno compartecipa ai tuoi drammi, fossero anche un modo per non guardare alla realtà delle cose. Quella, dopotutto, serve a niente, no?

Facile, troppo facile, imboccare la strada del vittimismo. Se una relazione finisce i motivi sono fin troppo concreti, e sono presenti da entrambe le parti. Il fatto che uno non voglia vederli fino al punto di non ritorno, o si voglia tappare naso occhi e bocca per rimandare l’epilogo e non assistere al crollo di ogni certezza, è un altro paio di maniche. Se una relazione finisce con l’arrivo di un terzo o di una terza, non è di certo a causa di questo motivo: il terzo o la terza sono solo la conseguenza. È un fatto piuttosto assodato, ormai, inutile nascondersi dietro a un dito o continuare a raccontare la versione della vittima. Tanto, anche se vi ascoltano e fanno sì con la testa, ormai non ci crede quasi più nessuno, ed è inutile che facciate leva su quel quasi: resta comunque una percentuale bassissima, altrimenti che cosa ci starebbero ancora a fare Morelli, Alberoni e Crepet in televisione?

 

Quello che mi lascia invero perplessa di molta parte dell’umanità che vive una vita di coppia è la capacità di non vedere, nonostante le evidenze. Fermo restando la teoria del “se ci sei troppo dentro non ti accorgi di un cazzo” e “se non hai la distanza non puoi capire cosa succede davvero”, che può essere una sempre valida argomentazione, io credo che questa capacità sia insita nella natura delle persone e che serva, in qualche modo, a farsi andare bene le cose, a scendere a compromessi anche pesanti, a sopravvivere pur di non perdere il punto di riferimento che si è scelto di introdurre nella propria esistenza. La qual cosa risulta piuttosto stressante a chi vuole vivere [e non sopravvivere in] una relazione, perché non ha la possibilità di capire fino in fondo se questa sia vera o fittizia. In qualche modo, si deve fidare. L’inghippo sta proprio lì.

Fidarsi o non fidarsi?
Lasciarsi andare o tenersi aperta una via di fuga?
Dare il 100% o centellinare?

È probabile che gli idealisti e gli innamorati dell’amore dicano che è giusto fidarsi, tenere sempre aperta la porta del cuore, darsi totalmente e lasciarsi andare [salvo poi lamentarsi della trave nel culo, che anche se credi di farci l’abitudine alla fine fa sempre male].
È probabile che i cinici e i disillusi dicano che no, assolutamente fidarsi è da pazzi, che ci sono troppe zone grigie e che non si può avere una relazione autentica con qualcuno che non sia te stesso, e forse nemmeno lì si è certi di non pigliarsi per i fondelli da soli.

Insomma, un bel casino.

Personalmente, delle relazioni ho capito che la linea che divide il reale trasporto dal bisogno concreto è troppo sottile per decretarne con certezza la reale natura. Quindi, serve solo augurarsi che siano relazioni quantomeno costruttive e non tossiche. Alla fine, se proprio non si è capaci di costruire relazioni autenticamente gratuite [e con gratuite, intendo avulse da qualunque interesse contingente e materiale e dove non ci si aspetta né si pretende nulla dall’altra persona, la si ama e stop], almeno che servano a crescere un po’, e bene. Nel frattempo, però, qualche domanda, bisognerà farsela: giusto per non dare la colpa [o il merito] a nessun altro se una certa cosa finirà.

Enjoy!
Eliselle